E’ ormai diffusamente riconosciuto, come del resto ci insegnano i robusti e reiterati interventi pubblici non solo nostrani, ma anche a beneficio di altre importanti economie occidentali quali quella americana ed inglese, il clamoroso fallimento del pensiero neo-liberista, ora soppiantato da un invocato quanto benefico sostegno finanziario degli stati, atto a fronteggiare la crisi economica che caratterizza l’attuale momento, con le gravi e purtroppo non definitive ricadute occupazionali.
Il fenomeno in descrizione e’ sicuramente interessato da aree di intervento sempre più estese grazie alla rivoluzione informatica (ICT) che, da un lato ha modificato radicalmente termini e modalità di produzione, e, dall’altro, ha favorito una maggiore mobilità del capitale, con pedissequa localizzazione delle attività produttive in regioni geografiche a minor costo del lavoro e maggior vantaggio di fiscalità.
Ciò senza peraltro trascurare il passaggio intermedio che ha generato un allargamento della sfera dei contratti atipici, determinando così quella flessibilità del lavoro piegato ad esclusive esigenze datoriali e destinato a stabilizzare forme di precarietà specie nel segmento più giovanile dei Lavoratori .
Tali mutazioni dei processi organizzativi, unitamente alle innovazioni tecnologiche cui accennato, hanno provocato alterazioni debilitanti anche nella vita sociale dei soggetti, in quanto se la legge 30/2003 agevola forme di flessibilità in entrata nel mercato del lavoro attraverso l’applicazione di specie contrattuali instabili e poco tutelate, non ha fatto riscontro un incremento degli strumenti a sostegno che prevedono, in caso di interruzione del rapporto, l’erogazione di incentivi per il reinserimento in tempi brevi nel mercato produttivo.
Gli effetti malefici della precarietà sono noti a tutti, perché riduce la propensione personale al consumo in quanto la somministrazione di forme atipiche, quindi precarie, di occupazione accresce incertezze e diffidenze sul reddito “a venire” : pertanto il risparmio dell’oggi aiuta il consumo del domani in assenza di reddito da lavoro. La compressione della domanda di beni, conseguente alla diminuzione dei consumi, induce le imprese a ridurre gli investimenti, in quanto il surplus di produzione non troverebbe mercato, spingendo le stesse ad orientare soglie crescenti di capitale verso attività improduttive perché a forte vocazione finanziaria. Rebus sic stantibus, nelle attuali condizioni di precarietà del mercato del lavoro, garantire una continuità del reddito deve rappresentare l’obiettivo fondamentale, poiché l’accesso al reddito esistenziale costituisce la condizione essenziale per il raggiungimento di diritti ormai non più differibili : casa, conoscenza, socialità, svago ecc.
Cordialmente,
Nicola Rapisarda

